Giornalismo, vaccini e democrazia

Ripropongo qui la risposta ad un intervento di un noto direttore di TG televisivo rispetto al tema delle vaccinazioni pediatriche obbligatorie del 2017, che mi sembra ancora drammaticamente attuale rispetto alla nuova questione nazionale, ed internazionale, delle vaccinazioni anti Covid19.

Caro direttore, partiamo dalla conclusione del suo accorato ragionamento: la necessità del rispetto reciproco. Nessuno ha stabilito quale delle due parti abbia ragione (se poi abbia senso pensare in questi termini, non trovandoci di fronte all’ennesimo derby nazionale). Non si senta, perciò, obbligato ad ergersi a paladino di una delle due parti. Piuttosto, da un giornalista di cosi lunga esperienza ci si aspetterebbe uno sguardo critico e non compiacente verso istituzioni e sistemi di potere, che non hanno certo bisogno di chi li difenda, in questo momento di egemonia quasi totale, senza consistenti opposizioni e alternative. Personalmente, mi aspetterei dal giornalismo la capacità di promuovere un’analisi critica della vicenda attualmente in corso in Italia e nel mondo rispetto ai vaccini ed alla conseguente frattura del paese in due fazioni, per aiutare l’opinione pubblica ad informarsi in una maniera critica ed equilibrata, soppesando le argomentazioni dell’una e dell’altra parte e consentirle di giungere, cosi, ad una sintesi che porti a uno sviluppo della situazione in essere e non alla sconfitta di una delle due parti, perché non siamo di fronte ad una finale di coppa tra cosìdetti pro-vax e novax; come purtroppo il pubblico italiano, influenzato da una prevaricante cultura a senso unico, alimentata dai mass media, è troppo spesso portato a pensare. Siamo di fronte invece, proprio alla messa in discussione di quella fiducia nella scienza (o fede nello scientismo, come religione), con la quale lei apre il suo accorato intervento: fiducia che si costruisce nel tempo attraverso le interazioni tra le parti e non si dà a priori, in funzione del potere istituzionale di una delle due. Il giornalismo dovrebbe e potrebbe essere il “cane da guardia” della democrazia (si pensi all’esempio magistrale di WIkiLeaks), dovrebbe difendere i cittadini dal potere e non esserne invece l’accondiscendente menestrello, per quanto si possa trattare del più illuminato dei poteri. Il giornalismo dovrebbe sorvegliare il potere per tutelare la democrazia attraverso effettive pluralità di informazione e libertà di espressione.

La pregherei, pertanto, di tirarsi fuori dal “campo di gioco” ed aiutare il paese intero ad andare avanti rispetto a questo punto, con un competente giornalismo, che si faccia realmente espressione di questa sua alta funzione.

Forse siamo di fronte ad una questione che implica almeno due livelli: uno medico e l’altro politico (nell’accezione di policy). Rispetto al primo, la questione dei vaccini pone un ragionevole in merito all’efficacia e alla competenza del modello medico dominante (basato su una specializzazione troppo spesso a compartimenti stagni, su una visione meccanicistica del corpo umano, nonché su una forte dinamica di potere, che contrappone un troppo spesso saccente e arrogante tecnicismo ad una presunta ignoranza del paziente, perdendo di vista che forse il senso della medicina può essere quello di rispondere con le sue tecniche alle “domande” dei pazienti, il che implica l’adozione di modelli di interpretazione complessi della relazione medico-paziente, secondo una logica che ribalta la dinamica di potere dell’uno sull’altro, ponendo la medicina al servizio del paziente e non viceversa. Tale ragionevole dubbio, supportato da ragionevoli argomentazioni, nonché letteratura scientifica (medica, sociologica, psicologica, politologica) che evidenzia la parzialità e spesso la scarsa efficacia, se non dannosità, rispetto all’eventuale obiettivo della salute umana.

Rispetto alla questione politica, essa chiama in gioco la legittimità dei decisori effettivi delle politiche pubbliche. Chi può avere realmente il potere di decidere le politiche pubbliche per la salute pubblica? Quant’è importante per la costruzione di quella fiducia, di cui si parlava sopra, la legittimazione politica e sociale (rappresentanza politica) dei policy-maker e la possibilità che coloro sui quali andranno ad impattare le politiche pubbliche possano avere voce in capitolo nella partecipazione al processo decisionale? La trasparenza rispetto ad ogni pur minimo conflitto d’interesse (forse il male principale di questo paese, da cui non riusciamo a venire fuori) in rapporto al ruolo d’influenza diretta o indiretta di sistemi di potere economico-finanziarii, politici e culturali, che non si sa bene in virtù di quale legittimazione entrano in gioco nel processo di policy-making. E da questo forse, scaturisce la perdita di fiducia rispetto alle istituzioni politiche che dovrebbero tutelare l’interesse collettivo, tenendo a freno interessi economici particolaristici.

Per contribuire a costruire la fiducia nelle Istituzioni, bisogna avere il coraggio e la forza di intervenire per rendere migliori le istituzioni, non zittire i dissidenti. Le differenze sono sempre una risorsa fondamentale per lo sviluppo comune, non un nemico da temere.

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