In questo testo si propone una sintesi dell’analisi del concetto di intervento elaborata da Grasso, Cordella e Pennella nel loro libro “L’intervento in psicologia clinica” del 2016.
Partendo dall’esame dell’etimologia della parola, intervento, dal latino interventus <<L’atto di intervenire, di partecipare cioè a una riunione, a una cerimonia, ecc., di prendere la parola in una discussione, in un convegno e sim., o di intromettersi, di ingerirsi in qualche faccenda o attività col fine di esercitare un’azione diretta sullo svolgimento di essa>> (AA.VV., 2024), rimanda all’idea di ‘prendere parte’, ‘partecipare’ a qualcosa.
Il concetto di intervento può essere quindi definito come l’atto di partecipare attivamente per agire in maniera diretta rispetto a determinati fatti o situazioni (Grasso, Cordella e Pennella, 2016). In tal senso si individuano tre primi elementi che lo caratterizzano: una modalità di partecipazione attiva, un obiettivo rappresentato dall’intenzione di incidere sullo sviluppo di un evento ed un mezzo rappresentato dall’azione a tal scopo messa in atto (Grasso, Cordella, Pennella 2016).
Si può quindi intendere l’intervento come <<una successione di attività volte a definire se e come realizzare quale azione e, nel caso, ad attuarla” (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 59) e quindi come un processo[1] volto a raggiungere un determinato obiettivo (Grasso, Cordella e Pennella, 2016). Il ‘processo di intervento’ può essere quindi inteso come <<la concatenazione di attività che a partire dalla richiesta di intervento portano alla sua realizzazione>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 60).
Nel campo delle metodologie del problem solving (Santucci 2000) questo si esprime con l’acronimo FARE, che <<esprime l’idea che per FARE è necessario Focalizzare, Analizzare, Risolvere e, solo alla fine, Eseguire>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 60).
Il processo di intervento può essere scomposto in sette fasi: 1. L’accoglienza della richiesta, 2. L’analisi del problema, 3. La progettazione, 4. Il contratto, 5. La programmazione, 6. L’intervento, 7. La verifica, degli esiti e del processo (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
La realizzazione di questo processo implica la messa in atto di competenze tecnico-specialistiche e trasversali. Le prime si riferiscono all’insieme dei saperi e delle tecniche che caratterizzano una specifica professione (ISFOL, 1998). Le seconde, fanno riferimento a <<quelle facoltà necessarie ad attivare efficaci piani di comportamento […] esse comprendono le abilità relative alla diagnosi (analisi del contesto, scelta e confronto delle informazioni, attivazione di procedure euristiche ecc.), alle relazioni e alla comunicazione interpersonale e di gruppo […] al fronteggiamento delle attività e dei problemi ad esse inerenti […] (ISFOL, 1994)>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 62).
Esaminiamo ora le singole fasi che compongono il processo di intervento.
- L’accoglienza della richiesta
Il processo di intervento inizia con l’accoglienza della richiesta, che non riguarda solo ciò che avviene all’arrivo dell’altro che si è invitato, ma anche alla preparazione delle condizioni che precedono questo momento, ossia a quell’insieme di elementi che vanno dall’attività volta ad invitare la clientela, attraverso un’adeguata visibilità e accessibilità sul mercato, alla predisposizione di un ‘ambiente’ (si pensi all’arredo dello studio di un professionista) e di un ‘atteggiamento’ accogliente da parte del professionista; elementi che richiedono una competenza a “riconoscere” ed “integrare” diversi fattori, quali “il tipo di intervento” da offrire, “il target” a cui rivolgersi; “il contesto” in cui operare; lo stile che si propone; ed <<il valore simbolico e funzionale degli elementi che si pongono in gioco>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 65).
Ciò rimanda all’idea che la disponibilità all’atto dell’accoglienza non si improvvisa, ma si basa su una <<specifica intenzionalità organizzata>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
L’accoglienza mira ad avviare <<una relazione di reciproca conoscenza tra due soggetti>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 66), in cui si presuppone che il professionista possa aiutare il consultante (sia esso individuo o organizzazione/comunità) ad affrontare la situazione in cui si trova. Obiettivo della fase di accoglienza diventa quindi <<quello di esplorare la richiesta>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 66), in modo che entrambi gli attori possano verificare questa presupposizione su cui si fonda il loro incontrarsi, <<sul piano oggettivo (c’è la possibilità di affrontare la situazione?) e sul piano soggettivo (ritengo di affrontarla?)>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 66).
L’esplorazione della richiesta richiede in primo luogo la possibilità che essa possa esprimersi in un clima di disponibilità e non giudizio da parte del professionista, attraverso la sua <<capacità di ascoltare per comprendere>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 66). L’ascolto però non è un’azione passiva attraverso cui si acquisisce in maniera neutrale e completa tutto quello che l’altro propone, ma opera selettivamente sulla base della percezione ed è orientato da ipotesi. È quindi inevitabile che il professionista si concentri su alcuni aspetti proposti dal consultante, a discapito di altri, pur potendo ritornare su alcuni aspetti inizialmente trascurati, qualora maturassero nuove ipotesi nell’esplorazione della richiesta (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
In questa fase è importante che il professionista sia orientato a cogliere le specificità della richiesta in esame, evitando di cadere nella logica della categorizzazione (Montesarchio, 1998), che porta a ricondurre gli elementi raccolti a schemi predefiniti (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
Un secondo elemento importante in questa fase è valutare che <<ciò che il cliente propone è sempre l’espressione di un disagio, ma quest’ultimo non può essere affrontato se non viene ricondotto nei termini di un problema>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 67). La comprensione del disagio implica che esso venga ascoltato, che si formulino delle ipotesi rispetto ad esso valutandone l’efficacia, per arrivare infine ad <<una rappresentazione condivisa del problema, comprensibile ai due interlocutori e funzionale all’eventuale intervento>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 68). La richiesta, che si manifesta inizialmente attraverso il racconto del disagio da parte del consultante, prende forma ed acquisisce senso attraverso il dialogo dei due interlocutori attorno ad essa, mediante domande, osservazioni, puntualizzazioni, fino a condurre all’identificazione del problema, soggiacente alla richiesta, quale “oggetto” condiviso, che <<è il risultato di una riformulazione, che tiene in conto le esigenze del richiedente, ma anche l’ottica con cui l’interlocutore si approccia al tema>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 69).
Una volta formulato il problema il professionista farà una valutazione della fattibilità di un intervento, nei termini delle competenze e dell’interesse e tempo a propria disposizione per affrontare la situazione e, eventualmente, prospetterà un intervento al richiedente, che a sua volta valuterà in termini di contenuto e modalità. Così si conclude la fase di accoglienza, che costituisce una fase di consulenza in sé, che non necessariamente termina con un accordo tra le parti (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
2. L’analisi del problema
Se si giunge ad un accordo tra professionista e richiedente, si procede alla fase di analisi del problema, che consente di conoscerlo, per poter quindi ipotizzare delle soluzioni possibili. Questa fase rientra nel campo del problem setting, che viene considerato il punto cruciale del processo di intervento, poiché su di esso poggiano le altre sue fasi (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
In questa fase è importante <<aver fiuto, capacità di scovare indizi e di seguire tracce […] saper cogliere i segnali deboli. Saper vedere le cose che gli altri non vedono […] avere talento e tecnica. Coraggio e perseveranza>> (Santucci, 2000, p. 40).
È infatti auspicabile che <<prima di identificare “l’azione” da svolgere, il problema venga analizzato in modo approfondito e completo, tenendo conto delle peculiarità del singolo caso>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 70).
Per procedere all’analisi del problema vengono raccolti i dati <<che il singolo professionista, in ragione della propria competenza e della appartenenza a una determinata comunità professionale, ritiene significativi […] quelli che meglio si addicono all’analisi del singolo problema, tenuto conto del contesto in cui si realizza l’analisi e dell’influenza che esso esercita sul processo in atto >> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 73).
La raccolta dei dati è orientata da ipotesi rispetto a possibili risposte che sembrano adatte a risolvere il problema (De Grada, 1971), da verificare in base ai dati raccolti (Grasso, Cordella e Pennella, 2016). Le ipotesi scaturiscono <<da un’intuizione o, più semplicemente dall’osservazione del fenomeno indagato, componendosi, quindi, attraverso un processo induttivo […] l’intuizione […] si realizza in uno specifico contesto, come il prodotto di certe competenze e di determinate esperienze […] Se […] si procede a partire dall’osservazione, quest’ultima non sarà mai ‘pura’ come vorrebbe la concezione strettamente induttivista, ma orientata dall’obiettivo che si persegue e da un modello di riferimento (Cimino, 1995) […] l’osservazione si attuerà grazie a un metodo […] Tale metodo risponderà a un insieme di regole e si avvarrà di determinati strumenti di rilevazione>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 73).
Formulata l’ipotesi, si procede quindi alla raccolta dei dati per la sua verifica, <<in base al confronto tra i dati e il modello di riferimento>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 75). In realtà a questo proposito si dovrebbe parlare più di falsificazione che di verifica dell’ipotesi formulata, sulla base del criterio di falsificabilità proposto da Karl Popper[2], perché un’ipotesi non si può mai ritenere valida in assoluto, ma soltanto fino a prova contraria, ossia finché non risulti falsificata dal riscontro empirico (Popper, 1970), nel qual caso si procederà a formulare una nuova ipotesi ((Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
La letteratura sul tema segnala come salienti due ulteriori elementi rispetto a questa fase: <<l’opportunità di scomporre il problema in sottoproblemi più semplici e […] la necessità di individuare le cause di ciascun problema>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 75). A tale proposito sembra utile proporre due puntualizzazioni; <<il procedere per scomposizione facilità il processo di conoscenza ma, alla fine, sarà necessario ricomporre il quadro complessivo, non come una somma di parti ma come un sistema[3], ove ogni sottoproblema ritrova la propria collocazione in ragione della presenza degli altri elementi. È necessario, infatti, tenere conto delle interazioni e delle correlazioni tra le diverse componenti del problema […] La seconda questione […] risulta significativa se l’intervento è stato richiesto in ragione di un “malfunzionamento”; solo in questi casi, infatti, diviene logico chiedersi quale causa sia rintracciabile all’origine del problema. L’identificazione della causa, inoltre, risulta utile se si conosce come incidere su di essa per “risolvere il problema” e ciò […] non è generalizzabile, sia perché non sempre si possono conoscere le cause sia perché, pur conoscendole, non sempre è possibile rimuoverle>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, pp. 75-6).
Rispetto alle capacità utili ad affrontare questa fase va rilevato come <<molti autori sottolineino la necessità di far riferimento sia a un pensiero sistemico sia a un pensiero creativo, almeno nei casi in cui il problema non può essere affrontato ricorrendo alle strategie di ricerca e di soluzione già collaudate (Bortone, 2001)>> >> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 78).
Al termine della fase di analisi del problema il professionista procede a <<restituire quanto analizzato al suo cliente, in termini comprensibili a quest’ultimo. Nel caso si evidenzino più soluzioni, inoltre, ognuna di esse dovrà essere corredata dai criteri necessari alla scelta (confronto benefici/costi, tempi di attuazione, probabilità di successo, rischi ecc.) affinché si giunga a una decisione>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 77).
3. La progettazione
Quando la fase di analisi del problema termina con un accordo su una proposta di intervento, si passa alla sua progettazione.
Esaminando l’etimologia della parola progetto, dal latino <<proicere, da cui, nel tardo latino, proiectare, ovvero “gettare avanti”>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 78) vediamo che il suo significato rimanda all’idea di organizzare azioni da compiere nel futuro, sulla base delle esperienze passate e dell’immaginazione (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
Il progetto può essere inteso come <<una dimensione di organizzazione di idee, azioni e risorse orientate al conseguimento di scopi<< (Lipari, 1995, p. 59), costituito quindi <<dalla descrizione degli obiettivi che si intende conseguire, dalla definizione delle attività articolate in un percorso che – si presume – consentiranno il raggiungimento degli obiettivi indicati, dalla specificazione dei risultati previsti e dalla precisazione del modo in cui si realizzerà la valutazione di questi ultimi>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 80).
In altre parole, <<nel documento di progetto dovranno essere presenti tutti gli elementi necessari a definire e spiegare l’intervento, dando conto delle motivazioni che sostanziano la proposta e del processo che ne consentirà l’attuazione. L’eventuale scomposizione dell’intervento in fasi e sottofasi, perciò, non dovrà oscurare l’idea che il progetto è un sistema nel quale le attività, i mezzi e le risorse sono, tra di loro, strettamente correlati (Lipari, 1995; Mancini, 1994)>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 80).
Per quanto il progetto possa essere dettagliato e coerente con quanto si intende poi realizzare, ci sarà sempre uno scarto tra progettazione e attuazione dell’intervento perché l’uomo agisce sempre in condizioni di razionalità limitata[4], le decisioni vengono prese sempre senza poter aver il completo controllo di tutte le condizioni in gioco, che consenta di <<determinare con esattezza e in anticipo gli esiti della propria azione>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 81).
Di conseguenza <<il “progetto di intervento” è necessariamente un prodotto contingente, frutto delle informazioni che si sono potute rilevare, segno di un dato tempo e di un determinato contesto. Tempo e contesto che […] sono necessariamente diversi da quelli in cui si attuerà l’intervento; perciò è necessario considerare la possibile evoluzione degli eventi nel tempo che intercorre tra la progettazione e l’eventuale attuazione; evoluzione certamente possibile in qualunque ambito, ma che diviene ancor più rilevante se si considerano gli interventi rivolti agli individui e alle organizzazioni anziché alle “cose”>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, pp. 81-2).
Ma questo non significa <<che la progettazione sia inutile e che sarebbe dunque preferibile affrontare l’intervento in modo spontaneistico>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 82), quanto, invece, tenere conto che <<l’incertezza non può essere eliminata e mantenere la disponibilità a rivedere quanto progettato>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 82) e quindi <<introdurre, nel progetto stesso un elemento che consenta di verificare l’evoluzione degli eventi>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 82), ossia il monitoraggio, che può essere definito <<come l’attività che permette di verificare l’andamento di un fenomeno (Devoto, Oli, 1990), prendendo in considerazione momenti diversi della sua evoluzione. Tale attività, nella misura in cui consente di rilevare uno scarto, pone le condizioni per una nuova valutazione della situazione ed, eventualmente, per una revisione di quanto progettato>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 82).
Per riepilogare il senso della fase di progettazione, può essere utile riportare la sintesi che ne propone Lipari (1995, pp. 54-5; citato in Grasso, Cordella e Pennella, 2016, pp. 82-3):
la progettazione non è solo la conception, ovvero l’ideazione di un insieme di eventi che dovrebbero indurre, in situazioni date, trasformazioni più o meno rilevanti e più o meno coincidenti con le volizioni di chi progetta, ma è anche tutto ciò che, sul piano delle decisioni da assumere, momento dopo momento, accompagna e segue l’ideazione […]. Così concepito, l’insieme delle reciprocità ricorsive che descrive la relazione tra progettazione e valutazione in un dato corso di azione, può essere metaforicamente rappresentato come l’itinerario i un esploratore che percorre un territorio ignoto guidato solo da una mappa che egli stesso ha tracciato intuitivamente e con l’aiuto di indizi raccolti attraverso l’elaborazione di vaghe informazioni preesistenti; man mano che va avanti decidendo la direzione lungo cui procedere, istituisce un “dialogo” continuo – fatto di conferme, integrazioni, modifiche, riscritture integrali di parti dello schema predisposto – tra quanto descritto sulla mappa e ciò che effettivamente trova sul terreno. Così facendo, progetta e valuta nello stesso tempo>>.
4. Il contratto
Sulla base della progettazione, il cliente può decidere se accettare o meno la proposta di intervento prospettatagli dal professionista. In caso positivo, si procede alla stipula di un <<”accordo tra le parti”, che il codice civile definisce “contratto”>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 84), ossia un rapporto giuridico[5] che si conclude <<nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte>> (Codice Civile, art. 1326).
Ogni contratto presenta tre elementi: causa, oggetto e forma. <<La causa […] rappresenta la finalità del contratto […] la ragione per la quale il cliente e il professionista collaboreranno. L’oggetto, ovvero il contenuto dell’accordo, indica ciò che si intende realizzare […] La forma […] può variare a seconda dei casi: essa può essere verbale o scritta, implicita o esplicita>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 84).
Il contratto relativo alla prestazione di un professionista implica che il professionista offra una prestazione <<diligente>> (art. 1176 codice civile) o <<a regola d’arte>> (art. 2224) in cambio di un compenso (Grasso, Cordella e Pennella, 2016). Tale prestazione <<prevede una obbligazione di mezzi e non di risultato (artt. 2230-2236), dato che quest’ultimo non dipende solo dalla diligenza del professionista ma anche da variabili indipendenti da questa>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 85). Come ci ricordano Calvi e Lombardo (1989, p. 95): << l’attività del professionista non può mai essere volta a “garantire” l’esito della sua prestazione, ma consiste nel fornire al cliente gli strumenti professionali idonei a perseguire il risultato desiderato: cosi un medico non può obbligarsi a “guarire” il paziente, né un avvocato a “far vincere la causa” al cliente>>.
Il contratto costituisce una fase specifica del processo di intervento, ma allo stesso tempo si può rilevare che esso è presente in forma diffusa in tutto il processo, sin dalle sue prime fasi. Infatti <<in ogni fase dell’intervento […] si determina un accordo tra le parti, in ragione di un oggetto specifico. Cosi nella fase di accoglienza l’oggetto potrà identificarsi con la “conoscenza del disagio”, mentre successivamente si farà riferimento all’”analisi del problema” e così via. Analogamente, per quanto riguarda la causa, nei momenti iniziali del processo possiamo parlare della “volontà di affrontare il disagio” […] Per quanto riguarda la forma, riteniamo possibile distinguere la fase del “contratto di intervento” come quella in cui l’accordo viene sicuramente esplicitato, e a volte posto in forma scritta, mentre il contratto delle altre fasi è spesso dato per implicito>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, pp. 85-6).
5. La Programmazione
Nel caso in cui si giunga all’accordo tra le parti si può procedere alla successiva fase di programmazione, nella quale vengono definiti, per ciascuna delle singole attività già indicate nel documento di progettazione <<obiettivi e risultati attesi […], metodo e relativi strumenti, quantità e qualità dei materiali e delle risorse umane […], compiti assegnati a ciascun professionista, tempo necessario alla realizzazione, costi previsti e parametri di verifica […] Una volta definito tutto ciò è possibile costruire l’albero delle attività[6], ponendo in sequenza le attività tra loro dipendenti (non si può realizzare l’attività B sino a che non si abbiano i risultati dell’attività A) e in parallelo quelle indipendenti […] se le diverse azioni possono essere espletate da soggetti differenti; nel caso sia necessario impiegare sempre la stessa persona, infatti, bisognerà comunque prevedere un ordine di priorità […] Infine, stimando in base all’esperienza i tempi necessari alla realizzazione di ogni attività è possibile stabilire le date previste di inizio e fine di ognuna di esse e ottenere così la durata complessiva dell’intervento>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, pp. 86-7).
Non è detto, però, che tutto come previsto, secondo tempi e modi definiti nella programmazione iniziale, sarà quindi necessario apportare delle modifiche in corso d’opera e, in tal senso, la programmazione costituisce la base del monitoraggio del processo di intervento nel suo complesso; monitoraggio che <<è finalizzato a evidenziare gli scostamenti che si realizzano tra gli avvenimenti previsti e quelli verificati, allo scopo di adeguare l’intervento alle mutate condizioni. Disporre di una esplicita descrizione dello svolgimento previsto a priori (programmazione) consente di cogliere quelle differenze che, apparendo del tutto naturali nel momento in cui si realizzano, potrebbero facilmente sfuggire o essere ritenute trascurabili, mentre, se esplicitamente rilevate, possono permettere di introdurre quelle modifiche che consentono di adeguare le azioni agli obiettivi desiderati o, addirittura, di ridefinire gli obiettivi in presenza delle nuove condizioni>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 89).
6. L’intervento
L’analisi di questa fase non può prescindere <<dalla definizione dell’intervento specifico, inteso come contesto professionale (medico, giuridico […] e, nell’ambito di esso, come prestazione particolare>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 90), per cui in questo contesto non verrà effettuata nello specifico (Grasso, Cordella e Pennella, 2016). Per un’analisi specifica delle caratteristiche dell’intervento psicologico si rimanda ad un successivo articolo.
Per fare una riflessione più generale sul significato simbolico delle azioni messe in atto in questa fase, si può far ricorso ad un esempio tratto dal settore della formazione: la <<definizione dello spazio necessario alla realizzazione di un intervento volto alla formazione degli adulti (allestimento dell’aula). Molto dipenderà dal tipo di formazione impartita ma […] si può prevedere che si richieda una lavagna e che i partecipanti desiderino prendere appunti. Tali esigenze guideranno la scelta dell’arredamento, in modo tale che sia funzionale. Nello stesso tempo bisognerà tenere conto anche del valore simbolico che l’arredamento può veicolare: in questo senso, si potrà scegliere tra un arredamento più consono a una riunione di lavoro e uno più rispondente a una tipica classe scolastica. Potendo scegliere, ciò dipenderà dalla rappresentazione che si ha della formazione che si sta predisponendo: si intende istituire una relazione tra pari, o si intende riportare i partecipanti sui banchi di scuola?>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 90).
7. La verifica
Come premessa alla trattazione di questo ultimo punto, va tenuto come la verifica <<risulti significativa nell’ambito di tutto il processo di intervento. Non è corretto, quindi, considerarla solo come l’ultima fase del processo che stiamo esaminando. Piuttosto, essa si dipana con l’intervento e lo conclude>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 91).
Cominciando dall’esame del termine “verifica”, vediamo che esso può assumere diversi significati. Lipari (1995) ne individua almeno quattro: giudizio, misura, controllo e interpretazione. La verifica, quindi, può <<esprimere un apprezzamento, un giudizio, un commento sul valore di qualche cosa o qualcuno. In questa ottica, assume particolare rilievo il criterio utilizzato da chi valuta, poiché in base ad esso gli oggetti osservati e le loro caratteristiche assumeranno valore. Ad esempio, nell’ambito di una classificazione ordinabile>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 91). Se la verifica è intesa come misurazione <<il fenomeno osservato […] viene tradotto in termini quantitativi (ad esempio, misura della velocità di esecuzione, rilevazione statistica di certi eventi ecc.) […] se si assume, invece, l’ottica del controllo è necessario distinguere se si ha l’obiettivo di evidenziare gli “scarti”, le “non conformità”, le “dissonanze” rispetto a un “oggetto ideale”, o se, al contrario, si intende seguire l’evoluzione del processo osservato, per confrontarsi con le modifiche introdotte […] nel suo corso (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 91). Se, invece, la verifica viene intesa come interpretazione lo scopo sarà quello di <<”comprenderne il significato” alla luce del contesto in cui si inserisce>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 91). Queste diverse accezioni non vanno però considerate come reciprocamente escludenti, quanto invece potenzialmente integrate nello stesso processo, seppure in momenti diversi, mentre il diverso livello di <<valorizzazione di una di esse dipenderà, invece, dalla “cultura della valutazione” presente in un dato ambito professionale>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 91).
All’interno dei diversi significati del concetto di verifica sembra avere un ruolo centrale il concetto di giudizio, che caratterizza anche le accezioni del termine inteso come misurazione e controllo (Grasso, Cordella e Pennella, 2016). In tal senso, Palumbo (2001, p. 23) definisce la valutazione come
un complesso di attività coordinate, di carattere comparativo, basate su metodi e tecniche […] e realizzate mediante procedure rigorose e codificabili. Queste attività portano ad esprimere un giudizio su interventi intenzionali […] in relazione al loro svolgersi o ai loro effetti
Inoltre
La valutazione si caratterizza per il fatto di esprimere un giudizio (qualitativo o quantitativo) fondato su criteri e premesse di valore espliciti ed argomentati […] e riferito a una o più caratteristiche o proprietà dell’oggetto (evaluando), degli autori (decisori o attuatori) o dei destinatari o beneficiari dell’intervento. […] La formulazione del giudizio viene realizzata mediante attività di comparazione, sviluppate all’interno di un processo, logicamente coerente, trasparente, ripetibile, empiricamente fondato e condiviso (ivi, pp. 24-5)
Sulla base di tale definizione, risulta utile, per comprendere meglio il senso di questa fase del processo di intervento rispondere a quattro domande cruciali: 1) chi valuta? 2) Quando? 3) Cosa valuta? 4) Con quali strumenti?
- La valutazione può essere effettuata da diversi attori, quali: <<un valutatore esterno all’intervento, il beneficiario, il professionista, l’organizzazione a cui appartiene il beneficiario o il professionista, chi eroga i fondi>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 93).
- La valutazione può essere effettuata soprattutto in tre momenti: prima dell’intervento (valutazione ex ante), durante l’intervento (monitoraggio), al termine dell’intervento (ex post) (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
- La valutazione può avere per oggetto <<la soddisfazione del beneficiario […], il raggiungimento degli obiettivi previsti nel progetto di intervento, la prestazione professionale in base a determinati standard ecc. >> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 93).
- Infine, diversi possono essere gli strumenti di valutazione: il questionario, l’intervista, il colloquio, l’osservazione (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
Sulla base di questi elementi, sembra necessario, prima di effettuare una valutazione, <<assumere un punto di vista, da esplicitare in modo inequivocabile: perché si compie la valutazione? Quale ottica si assume? Chi è interessato ad essa e, di conseguenza, quali elementi del processo di intervento […] è necessario prendere in considerazione (tempi, sottoprocessi, costi ecc.)? quali elementi risultano più idonei per l’obiettivo prescelto?>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 93). Ed è importante che tutto questo risulti “trasparente”, per far sì che “procedimento” e “criteri” che orientano la valutazione possano essere chiari anche a chi non effettua direttamente la valutazione, in modo da rendere possibile il confronto entro la comunità professionale e con il cliente (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
Un ulteriore punto importante da mettere a fuoco è legato al fatto che il “processo di valutazione” avviene attraverso un atto di “comparazione” e, quindi, vanno definiti gli aspetti in base a cui effettuare il “confronto” (come ad esempio “standard professionali” e “programmazione delle attività”). Uno dei più importanti di questi aspetti è rappresentato dagli “obiettivi”. La valutazione degli esiti di un intervento si basa, infatti, sul <<confronto tra i risultati conseguiti e gli obiettivi che si intendeva perseguire>> (Grasso, Cordella e Pennella, 2016, p. 94). Ma, nel fare questo, bisogna tener conto anche di quanto è successo ed eventualmente variato dal momento della definizione iniziale degli obiettivi alla conclusione dell’intervento e, quindi, diventa importante effettuare un monitoraggio del processo complessivo di intervento e tener conto degli elementi che da esso emergono (Grasso, Cordella e Pennella, 2016).
A questo proposito, Palumbo (2002, pp. 32-3) ci ricorda che:
il grado in cui gli obiettivi costituiscono il riferimento della valutazione è connesso anche all’impegno che il valutatore deve sviluppare per ricostruire quello che viene abitualmente definito il quadro degli obiettivi […] Da ultimo, si deve osservare che l’illusione di obiettivi perfettamente chiari e misurabili è infondata per due ulteriori significative ragioni. La prima è che il passaggio da obiettivi generali ad obiettivi specifici ed operativi non è mai scontato ed anche programmi che definiscono questi ultimi con grande dettaglio richiederanno, in sede di valutazione, precisazioni ulteriori. La seconda ragione deriva dal fatto che, poiché di norma i programmi si rivolgono a persone dotate di una loro autonoma volontà, corredata di competenza pratica e simbolica, più i loro risultati dipendono dalle interazioni con i destinatari, meno questi sono prevedibili ex ante in dettaglio, perché il programma viene costituito nel suo farsi, con il concorso attivo di tutti i suoi protagonisti.
Riferimenti bibliografici
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[1] <<Un PROCESSO è, in generale, una successione di fenomeni che presenta una certa unità o si svolge in modo omogeneo e regolare (p. storico; accelerare, rallentare il p. di invecchiamento) […] è anche il modo di procedere, il metodo seguito per raggiungere un determinato scopo (si arriva alla soluzione con un p. logico semplicissimo) […] Nel linguaggio industriale si chiama processo l’operazione o serie di operazioni con cui si ottiene o si purifica una sostanza, oppure si sottopone qualcosa a un trattamento (p. di estrazione, di fabbricazione; p. chimico; p. di solidificazione; p. industriale)>> (AA.VV., 2018).
[2] Scrive al riguardo Popper: «ammetterò certamente come empirico, o scientifico, soltanto un sistema che possa essere controllato dall’esperienza. Queste considerazioni suggeriscono che, come criterio di demarcazione, non si deve prendere la verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema. In altre parole: da un sistema scientifico non esigerò che sia capace di esser scelto, in senso positivo, una volta per tutte; ma esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere messo in evidenza, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico deve poter essere confutato dall’esperienza» (Popper, 1970.ibid., p. 21).
[3] A questo proposito sembra utile riportare le parole di uno dei fondatori della teoria dei sistemi,Ludwig von Bertalanffy <<La scienza classica, nelle sue varie discipline (chimica, biologia, psicologia o scienze sociali) tentava di osservare gli elementi dell’universo osservato – composti chimici ed enzimi, cellule, sensazioni elementari, individui in libera competizione, ed altre ancora – sapendo che, nel rimettere insieme tali elementi, concettualmente o sperimentalmente, si poteva ottenere, rendendolo intellegibile, il complesso, ovvero il sistema – e poteva trattarsi della cellula, della mente, o della società. Ora abbiamo imparato che, al fine della comprensione, non sono necessari solamente gli elementi, ma anche le loro interrelazioni e cioè l’interrelazione degli enzimi entro una cellula e quella di molti processi mentali consci oppure inconsci, nonché la struttura e la dinamica dei sistemi sociali e via dicendo>> (Bertalanffy, 1971, p. 13)
[4] La teoria della razionalità limitata viene elaborata da Herbert Simon (1985), sulla base di due elementi salienti: le limitate capacità computazionali della mente umana e la complessità dell’ambiente esterno. Vediamo cosa dice al riguardo l’autore: << La teoria [neo]classica della razionalità onnisciente è singolarmente semplice ed affascinante. Inoltre essa ci permette di prevedere (correttamente o meno) il comportamento umano senza farci alzare dalle nostre poltrone per andare a vedere come sia tale comportamento. Tutta la potenza predittiva proviene dall’aver caratterizzato la forma dell’ambiente in cui ha luogo il comportamento. L’ambiente, combinato con le assunzioni della razionalità perfetta, determina completamente il comportamento. Le teorie comportamentistiche della scelta razionale (teorie della razionalità limitata) non possiedono questo tipo di semplicità. […] Esse hanno esigenze realistiche e modeste sulle capacità di conoscenza e di calcolo degli agenti umani, ed evitano anche di prevedere che quegli agenti eguaglieranno costi e rendimenti al margine>> (Simon, 1985, p.285); <<Il modello di uomo razionale che è stato proposto, pone “tre” condizioni troppo importanti al meccanismo di formazione della scelta. Esso suppone (1) che tutte le alternative di scelta siano “date”; (2) che tutte le possibili conseguenze delle alternative siano conosciute (in uno dei tre sensi corrispondenti alla “certezza”, al “rischio” e all'”incertezza”); (3) che l’uomo razionale abbia un preciso criterio di ordinamento delle utilità (o una funzione cardinale) per tutte le possibili serie di conseguenze>> (Simon e March, 1966, p.173).
[5] <<Rapporto giuridico è la relazione tra due (o più) soggetti regolata dal diritto>> (AA.VV., 2024 b), per quanto concerne i comportamenti da tenere reciprocamente.
[6] Per i progetti più articolati a questo scopo si può ricorrere all’utilizzo di specifici strumenti quali il diagramma di Gantt, dal nome dello studioso di scienze delle organizzazioni che lo ideò, o il diagramma di PERT (Program Evaluation and Review Technique) (Haynes, 1994).