Per un approccio integrato alle politiche di sviluppo

Introduzione

Nell’articolo pubblicato nel 2007 sulla rivista Stato e Mercato, dal titolo “Crescita squilibrata: perché la sociologia economica ha più successo nella teoria che nelle pratiche?” (Trigilia 2007), il sociologo dell’economia Carlo Trigilia presenta un’interessante riflessione rispetto alla difficoltà della sociologia economica di influire sulle politiche economiche per lo sviluppo[1], proponendo una strategia volta a promuovere la capacità di questa disciplina di dare concreta applicazione ai risultati teorici ed empirici da essa maturati, in particolar modo rispetto alla natura sociale dei processi economici. Dopo una disamina dei motivi di tale difficoltà, l’autore propone due ipotesi per innescare tale cambiamento: operare uno spostamento di focus negli studi della nuova sociologia economica da oggetti statici, quali la spiegazione dell’azione economica, ad oggetti dinamici, quali invece lo sviluppo locale e l’innovazione (per lo studio dei processi economici nel loro concreto attuarsi) e rafforzare la collaborazione e l’integrazione con la political economy comparata (per un maggiore approfondimento del ruolo della politica e delle politiche in tali processi). Per dimostrare le sue tesi, Trigilia parte da un’analisi dell’evoluzione della sociologia economica, dalle sue origini negli stati uniti all’inizio del secolo scorso, fino ai suoi attuali sviluppi, mettendo a fuoco un’ipotesi di sviluppo di questa disciplina volta ad aumentare la consapevolezza delle sue implicazioni per lo sviluppo delle politiche economiche, allo scopo di favorire un suo più convinto intervento su questo piano.

 

Le tesi di Trigilia

La questione posta da Trigilia con il suo articolo, risulta di particolare interesse per la sua valenza di concreta strategia di cambiamento rispetto al rischio di chiusura della disciplina in un accademismo sterile ed autorereferenziale, nel tentativo di mettersi alla prova, invece, con quello che può essere considerato uno dei suoi obiettivi principali: tentare di dare concreta applicazione ai risultati dei suoi studi, confrontandosi con il potere dogmatico delle scienze economiche neo-classiche. In tal senso la riflessione di Trigilia apre ad una questione di portata più generale, considerato che il problema della scarsa capacità di incidere sul piano delle concrete applicazioni politico-economiche è comune a tutte le altre scienze sociali (ad eccezione delle discipline economiche di matrice neo-classica e neo-liberista), pur avendo esse sviluppato, sul piano sia teorico che empirico, interessanti proposte di letture alternative dei processi economici, legate ad una prospettiva comune fondata sulla loro natura di carattere sociale e culturale. In particolar modo penso a quanto si è prodotto nei campi dell’antropologia, della filosofia e della storia del pensiero economico, dell’ecologia e della psicologia, a partire dalla teoria del dono di Mauss (2002) e dalla critica della razionalità economica di Polanyi (1974), fino alle proposte per una teoria anti-utilitaristica dell’azione maturate nell’ambito del M.A.U.S.S. (Caillè 1991) e alle teorie del dopo-sviluppo (Georgescu-Roegen 1998, Latouche 2005, Rist 1997, Sachs 1998).

 

Evoluzioni della sociologia economica

Venendo all’analisi di Trigilia, essa evidenzia come inizialmente la sociologia economica fosse caratterizzata da una maggiore integrazione tra l’aspetto teorico-analitico e la sua concreta applicazione alle politiche, per effetto di una profonda esigenza di contribuire alla “ricostruzione riflessiva della società”, per porre rimedio ai danni prodotti dalle politiche economiche neoliberiste. In questa fase, accanto alle figure di Weber e Sombert, che si ponevano in posizione non antagonista con il sistema dell’economia di mercato (pur evidenziandone i limiti e le esigenze di una maggiore consapevolezza del ruolo giocato nell’economia dai fattori sociali), particolare rilievo assume l’analisi della “grande trasformazione” prodotta da Karl Polanyi, attraverso la messa in evidenza del radicamento delle dimensioni economiche entro i più ampi processi di natura culturale e sociale, in opposizione alla tendenza, propria dell’economia neo-classica, a naturalizzare i processi economici quali unici elementi fondanti l’azione umana e la società più in generale (Polanyi 2008). Dopo la seconda guerra mondiale la sociologia economica attraversa una fase di specializzazione e frantumazione disciplinare, orientata alla sua istituzionalizzazione all’interno dei sistemi accademici americani, con un crescente venir meno dell’attenzione alle sue implicazioni sulle politiche economiche, per effetto anche dell’affermarsi delle politiche keynesiane e del sistema produttivo fordista, che sembravano aver assorbito le preoccupazioni per “la ricostruzione riflessiva della società” dai danni del liberismo. Negli anni settanta compare la nuova sociologia economica, quasi come reazione al tentativo dell’economia tradizionale di continuare a spiegare le ragioni delle nuove forme di organizzazione produttiva (reti di imprese, joint ventures, etc.) sempre entro la cornice del paradigma della razionalità e del perseguimento dell’interesse individuale come movente dell’azione umana. La nuova sociologia economica evidenzia il ruolo dei fattori sociali e culturali, in particolar modo con riferimento all’importanza delle reti sociali e del capitale sociale (anche sulla scorta degli studi sui distretti industriali), mostrando però un minore interesse per le sue implicazioni sul piano delle politiche per lo sviluppo.

 

Come sviluppare la capacità della nuova sociologia economica di incidere sulle politiche?

Nella seconda parte dell’articolo, allo scopo di individuare una possibile strategia per incrementare la capacità della nuova sociologia economica di incidere sul piano delle politiche economiche, Trigilia pone l’attenzione su due questioni: se il capitale sociale (le reti sociali) sia esclusivamente il portato storico e geografico di un territorio o sia invece possibile favorirne lo sviluppo attraverso specifiche politiche ed in quali condizioni esso diventi fattore di sviluppo e non sfoci invece in situazioni di collusione o corruzione. L’autore propende per l’ipotesi della possibilità di influenzare lo sviluppo di capitale sociale ed individua il fattore principale per evitare la sua degenerazione in forme di collusione e corruzione nell’autonomia della politica dalle reti sociali e dagli interessi particolari, condizione questa che aumenta la capacità di resistere alle pressioni ed allo stesso tempo consente di promuovere un uso produttivo delle reti sociali, attraverso la produzione di beni collettivi. Quindi, secondo l’ipotesi di Trigilia, è necessario uno studio più sistematico di questi aspetti (in senso comparativo), per dimostrare il ruolo dei fattori sociali e culturali nell’economia ed una maggiore integrazione con la political economy comparata per approfondire il ruolo delle dimensioni politico-istituzionali in questi processi e conseguentemente incrementare la capacità di influire sulle scelte politiche. In particolare, rispetto all’egemonia dell’economia tradizionale sulle politiche per lo sviluppo, l’autore individua tre fattori determinanti:

  • la sua capacità di fornire strumenti di macro-regolazione delle economie contemporanee, che ne accrescono il prestigio e l’influenza, pur mostrandosi spesso poco efficaci sul piano della concreta applicazione
  • il suo maggior grado di istituzionalizzazione, in termini di consolidamento dei suoi centri di ricerca economici a livello di università ed istituzioni pubbliche e para-pubbliche, strettamente connessi con il livello del policy making e dotati di una lunga esperienza nel tradurre le idee economiche in proposte politiche
  • la maggiore semplicità delle politiche da essa ispirate rispetto a quelle orientate dalla nuova sociologia economica, che le rende più facilmente sostenibili dai politici e dai rappresentanti degli interessi (nel primo caso si tratta di interventi di tipo individuale rivolti ad singoli attori attraverso misure finanziarie o regolative, nel secondo caso invece si tratterebbe di interventi più complessi miranti a influire sui fattori relazionali delle attività economiche, attraverso la promozione dello sviluppo di capitale sociale).

 

Contrapposizione tra la visione della sociologia economica e quella economica neoclassica

A questo proposito si potrebbe ipotizzare, in senso più ampio, che il problema nasca dal fatto che la proposta della sociologia economica propone una visione più complessa della realtà, a partire dalla messa in evidenza della natura socio-culturale dei fenomeni economici, rispetto alla visione più semplice e facilmente riconoscibile proposta dall’economia neo-classica. Quest’ultima in particolare, risulta fortemente autoreferenziale e ostile a qualsiasi forma di verifica di efficacia del suo operato, ma anche per effetto di una notevole potenza mediatica, riesce a proporsi (e ad essere riconosciuta) come la visione naturale della realtà, l’unica realmente possibile. Quindi nel processo di egemonizzazione del punto di vista dell’economica neoclassica, accanto al ruolo della maggiore semplicità dei concetti da essa proposti, che li rende più facilmente comprensibili e sostenibili a livello sia sociale che politico, entra in gioco una dimensione di costruzione sociale del potere di questa prospettiva, attraverso la disponibilità di reti sociali più capillarmente diffuse e capaci di inserirsi nei nodi nevralgici delle decisioni sul piano delle politiche economiche e della capacità di influenza sui mass media, quale strumento di diffusione e condivisione dei modelli culturali coerenti con questo punto di vista (legati ai principi di razionalità ed utilitarismo). Su un piano giù generale siamo di fronte ad un vero e proprio scontro tra paradigmi epistemologici, ad una contrapposizione tra due modi di concepire la realtà ed i meccanismi che la determinano. Da una parte le teorie neo-classiche, radicate entro un paradigma di tipo individualista ed essenzialista, in base al quale i processi economici diventano “l’essenza della realtà”, che si riduce al livello degli attori individuali (singoli o collettivi) in essi operanti e da cui scaturiscono le teorie dell’azione fondate sull’utilitarismo e la razionalità. Dal lato opposto, le altre scienze sociali si collocano entro un paradigma di tipo costruttivista e interpretativo, secondo cui la realtà dell’economia (come ogni realtà) è socialmente costruita, attraverso processi di interazione sociale, cosi come lo sono gli stessi processi di costruzione degli apparati cognitivi che presiedono alla sua conoscenza/costruzione sociale (Grasso, Salvatore 1997).

 

Il contributo delle scienze psicologiche

Rispetto a questa contrapposizione di paradigmi della realtà appare particolarmente rilevante il contributo alla critica della prospettiva individualista nel campo delle scienze psicologiche, elaborato da Grasso e Salvatore (1997), dal quale emerge la rilevanza della dimensione inconscia delle processualità sociali e più in generale il ruolo dei processi simbolico-affettivi nella costruzione sociale della realtà. In tal senso nel funzionamento dei fenomeni economici sembra quindi entrare in gioco non solo la razionalità ma anche l’emozionalità, come risulta ulteriormente evidente anche dagli studi condotti dallo psicoanalista inglese David Tuckett nel campo dei comportamenti finanziari (Tuckett 2011). Anzi, la razionalità stessa sembra fortemente connotata in senso emozionale, in quanto il funzionamento della mente umana risulta essere governato da una doppia logica conscia e inconscia che opera secondo un intreccio di ragione ed emozione, come dimostrato non solo in campo psicoanalitico, a partire dalla teoria freudiana (Freud 1985) fino alle sue elaborazioni più recenti sulle simbolizzazioni affettive e la doppia logica della mente umana (Fornari 1981, Matte Blanco 1981), ma anche nell’ambito delle scienze neurobiologiche (LeDoux 1998, Goleman 1997). Nello specifico Grasso e Salvatore (1997) descrivono un excursus paradigmatico che in ambito psicologico porta all’emergere di una teoria del legame sociale fondata sul costrutto di collusione (Carli 1995), inteso come la modalità attraverso cui la realtà viene reciprocamente interpretata (e costruita) dagli attori sociali che condividono comuni contesti simbolici, secondo la logica inconscia ed emozionale della mente. Questo processo di semiosi affettiva si accompagnerebbe (sul piano simbolico) al processo di conoscenza razionale della realtà (sul piano del significato)[2], costituendo quindi l’interfaccia tra cognitivo e sociale, tra l’azione individuale ed i contesti in cui essa si inscrive, che sarebbe alla base delle relazioni sociali (Grasso, Salvatore 1997)[3].

Conclusioni

Sulla base di queste considerazioni lo sviluppo della capacità della sociologia economica e delle altre scienze sociali di influire sul piano delle politiche economiche implica un più ampio percorso di cambiamento culturale volto al superamento dell’egemonia del paradigma individualista (dal quale emergono i modelli neo-classici di lettura della realtà, quali l’utilitarismo e la razionalità). Questo significa individuare strategie adeguate e condivise per agire sul piano dei processi simbolici che mediano l’interpretazione e la costruzione sociale della realtà, oltre che sul piano dell’approfondimento degli studi comparativi volti a dimostrare il ruolo dei fattori sociali nei processi economici (giustamente proposto come uno dei punti chiave nella strategia di Trigilia). Intervenire sulle dinamiche sociali che possono influenzare l’emergere di nuovi modelli cognitivi condivisi che consentano di superare le visioni riduzionistiche della realtà prodotte in seno al paradigma individualista ed essenzialista, creando in tal modo i presupposti culturali per poter comprendere e sostenere sul piano politico e sociale i possibili risultati di questi studi, che si muovono sul piano della valorizzazione del ruolo delle relazione più che degli individui (singoli o collettivi che siano). In tal senso potrebbe essere utile approfondire anche lo studio della produzione discorsiva sviluppata intorno ai temi economici e politico-economici, in modo da pervenire ad una maggiore comprensione delle dinamiche culturali che ne orientano la costruzione e la diffusione, allo scopo di individuare elementi utili alla messa a punto di tali strategie di cambiamento. A questo scopo si potrebbe procedere attraverso percorsi di analisi dei testi e dei discorsi che integrino i metodi della critical discourse analysis (Fairclough 2003, Van Dijk 2008), con i metodi psicosociali basati sulla statistica testuale, quali l’AET (analisi emozionale del testo) di Carli e Paniccia (2002), a partire da un’attenta analisi delle reti sociali e di potere che influenzano la concreta definizione e applicazione delle politiche economiche

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Riferimenti bibliografici

 

Bolasco S. (2005). Statistica testuale e text mining: alcuni paradigmi applicativi, Quaderni di Statistica, 7, 17-54

Caillé A. (1991). Critica della ragione utilitaristica. Manifesto del MAUSS, Torino: Bollati Boringhieri

Carli R. (1995). Il rapporto Individuo/Contesto. Psicologia Clinica, 1 (1), 5-20.

Carli R., Paniccia, R. M. (2002). L’analisi emozionale del testo. Uno strumento psicologico per leggere testi e discorsi. Milano: Franco Angeli

De Mauro T. (a cura di) (1967) Ferdinand de Saussure. Corso di linguistica generale, Roma-Bari: Laterza

Fairclough N. (2003). Analysing Discourse: Textual Analysis for Social Research. Routledge, London

Fornari F. (1981). Simbolo e codice: dal processo psicoanalitico all’analisi istituzionale. Milano, Feltrinelli

Freud S. (1985). L’interpretazione dei sogni, Torino: Bollati Boringhieri

Georgescu-Roegen N. (1998). Energia e miti economici, Torino: Bollati Boringhieri

Goleman D. (1997). Intelligenza emotiva, Milano: Rizzoli

Grasso M., Salvatore S. (1997). Pensiero e decisionalità. Milano: Franco Angeli

Lancia F. (2002). La logica di un testoscopio. Disponibile alla pagina internet http://www.mytlab.com/testoscopio.pdf

Latouche S. (2005). Come sopravvivere allo sviluppo. Torino: Bollati Boringhieri

LeDoux J. (1998). Il cervello emotivo, Milano: Baldini & Castoldi

Matte Blanco I. (1981). L’inconscio come insiemi infiniti, Torino: Einaudi

Mauss M (2002). Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche. Torino: Einaudi

Polanyi K. (1974). La grande trasformazione. Torino: Einaudi

Rist G. (1997). Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale. Torino: Bollati Boringhieri

Sachs W. (1998), (a cura di). Dizionario dello Sviluppo. Torino: Gruppo Abele

Trigilia C. (2007), Crescita squilibrata: perché la sociologia economica ha più successo nella teoria che nelle pratiche? Stato e Mercato, n. 79, pp. 11 – 29

Tuckett D. (2011). Minding the markets: an emotional finance view of financial instability. Houndsmills: Palgrave Macmillan

Van Dijk T. (2008). Discourse and Power. Contributions to Critical Discourse Studies. Houndsmills: Palgrave MacMillan

 

 

[1] che invece restano ancora fortemente ancorate alle logiche delle teorie economiche neo-classiche

[2] A questo proposito si evidenzia come nel secondo caso, con riferimento alla teoria di De Saussure (De Mauro 1967) il significante rimandi ad un significato di carattere pubblico, mentre nel primo, il significante rimandi ad un ulteriore significante, il cui significato è di natura privata, inerente i processi inconsci. Non avendo in questa sede il tempo di entrare nel dettaglio delle analisi prodotte su questo piano nell’ambito delle teorie dei segni si rimanda per maggiore approfondimenti ai testi di Bolasco (2005) e Lancia (2002) su questa questione.

[3] In altre parole, secondo la teoria della bi-logica dello psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco (1981) sarebbe sempre in azione una doppia modalità di conoscenza/costruzione della realtà ad opera della mente umana: una razionale (dividente ed eterogenica), basata sulla logica asimmetrica del modo di essere conscio della mente e caratterizzata dai principi di identità e non contraddizione ed una emozionale (omogenea e indivisibile), basata sulla logica simmetrica del modo di essere inconscio della mente e caratterizzata invece dai principi di generalizzazione e simmetria.

 

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