L’immagine della realtà dell’élite di Davos

Pensiero ed emozioni del potere

Qual è l’immagine della realtà condivisa dall’ élite globale? Perché, e in che modo, capire questo aspetto può aiutarci ad intaccarne l’ egemonia culturale attraverso cui sta portando l’umanità alla rovina? Questi credo che siano quesiti importanti a cui la psicologia potrebbe aiutarci a rispondere, maturando una reale funzione di supporto allo sviluppo umano e sociale, per superare una mera funzione normalizzatrice troppo spesso da essa giocata, ad uso e consumo del potere.

Il discorso dell’élite di Davos

Per fornire qualche elemento di riflessione utile in tal senso, recentemente ho condotto una ricerca sul discorso dei membri del Consiglio direttivo del World Economic Forum rispetto al tema della globalizzazione quale orizzonte simbolico che orienta la conoscenza della realtà nel mondo contemporaneo (di cui qui trovate un breve resoconto).

Ne è emerso un quadro composto da quattro dimensioni culturali.

I. Uomo-massa e controllo tecnologico

La prima dimensione esprime un’idea elitaria della realtà sociale, basata su un’ immagine dell’altro come massa anonima di persone mossa solo dalle proprie credenze (come “la folla solitaria” di Riesman ), il cui comportamento è spiegato in termini di determinismo genetico e di cui prendere possesso tramite la tecnologia.

Vengono inoltre proposti tre elementi simbolici fondanti l’esperienza esistenziale contemporanea: la crescita infinita, la continua accelerazione del tempo – favorita dalla tecnologia – ed il mondo-globo come scala spaziale; che appaiono come tre fattori attraverso cui prendere possesso dell’umanità nella sua interezza.

Ne è emerso un quadro composto da quattro dimensioni culturali.

II. Gigantismo e finanza paternalista

Una seconda dimensione è caratterizzata dall’ aspirazione alla grandezza, all’ ingigantimento, come espressione di sviluppo e potere, rappresentata dal riferimento alle grandi istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, che domina l’intero globo con il suo potere (idea che rievoca le immagini del “Grande dittatore”, di Chaplin, in cui il protagonista fa volteggiare in aria il mappamondo ). Come in una relazione adulto-bambino, questi “giganti” costringono i propri interlocutori entro rapporti di dipendenza da cui è difficile svincolarsi; basti pensare al caso della Grecia, con tutta la retorica paternalistica legata alla presunta fannulloneria e conseguente inaffidabilità del popolo greco. Si mette così in campo una vera e propria forma di regolamentazione della vita umana, che richiama i concetti foucaultiani di governamentalità e biopolitica come evoluzione del potere come governo dei viventi, reso possibile dall’ egemonia culturale di queste “grandi” Istituzioni, che ha assoggettato il policy making alla logica economico-finanziaria a livello globale.

III Finanza aggressiva

Sempre sul piano finanziario, che si presenta come uno dei motori culturali principali dell’ immaginario dell’ élite di Davos, emerge una terza dimensione, contrapposta alla precedente, che vede nell’azione delle Istituzioni finanziarie globali (riferendosi in questo caso all’ InterAmerican Development Bank ) una forma di neocolonialismo per l’espropriazione del potere economico-politico locale, tramite la pratica degli aiuti finanziari allo sviluppo, che viene proposta come unica forma possibile di soluzione ai problemi economico-sociali.

IV Un’idea distorta di libertà

Alle due anime finanziarie dell’immaginario dell’ élite di Davos , si contrappone una quarta dimensione, più marcatamente neoliberista, che sembra mirare ad istituire un ordine sociale fondato su un’ idea di libertà come eliminazione di limiti alla propria realizzazione, sulla base di due motivazioni: la spinta all’espansione, come tensione a prendere possesso della realtà a livello globale e l’insofferenza per vincoli e limiti, come restrizione ad essa. Quest’ultimo aspetto richiama alla mente l’ analisi esistenziale del capitalismo come ricerca dell’immortalità in reazione alla paura della morte quale limite ultimo della condizione umana, proposta da Ernest Becker negli anni settanta. Nella realizzazione di questo obiettivo entrano in gioco due elementi importanti: una forma distorta di competizione, intesa come ricerca di condizioni di privilegio attraverso cui sovrastare la concorrenza e le crisi (economiche, politiche, sociali, ambientali, ecc.).

Modelli relazionali ed organizzativi dell’élite di Davos

L’analisi di queste quattro dimensioni dell’ immaginario dell’ élite di Davos mette in mostra due problemi legati ai modelli relazionali ed organizzativi alla base del suo modo di agire e sui quali intervenire per contrastarne l’ egemonia culturale.

Possedere l’altro per paura della sua imprevedibilità

Sul piano relazionale appare evidente la necessità di promuovere lo sviluppo di nuovi modelli di relazione fondati, non più sul controllo dell’altro come risposta alla paura verso la sua imprevedibile diversità, ma su uno scambio creativo, reciprocamente produttivo (secondo il modello della convivenza sociale proposto dallo psicoanalista Renzo Carli), a partire dalla condivisione di una regola di reciproca non pericolosità, da verificare e governare nel corso dell’ interazione.

Autoreferenzialità delle Istituzioni globali

Sul piano organizzativo, appare invece necessario intervenire per modificare la natura mitica e quindi immutabile delle Istituzioni internazionali dell’ élite globale, per condurle da una modalità di azione fondata quasi esclusivamente su una mera legittimazione valoriale, del tutto autoreferenziale – che priva di potere decisionale i loro interlocutori – ad una modalità di funzionamento basata su obiettivi e prodotti verificabili, a partire dalla domanda di questi ultimi, che in tal modo riconquistano potere decisionale e di verifica rispetto all’operato di tali Istituzioni.

Ricostruire il senso della sovranità popolare

Per fare questo, è però necessario intervenire per ricostruire il senso condiviso del bene pubblico e dello Stato, come espressione della sovranità popolare, per far loro recuperare potere nell’interazione con le Istituzioni dell’élite globale, allo scopo di modificarne l’azione in senso più democratico . Questo significa però by-passare il rischio della deriva populista, sviluppando la competenza e capacità del popolo di autogovernarsi e a farsi committente e verificatore dell’ agire politico istituzionale statale e locale, nell’obiettivo del perseguimento del bene comune e dell’interesse generale. Nel fare questo assume un ruolo cruciale lo sviluppo della funzione dell’istruzione, nel senso della formazione di una cittadinanza consapevole e attiva, in contrasto con l’attuale tendenza a fare del sistema dell’istruzione una fabbrica per futuri lavoratori docili e consenzienti alle richieste del potere economico.

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