La malattia: forse non un male da combattere, ma una possibile risorsa per lo sviluppo personale

Per una visione integrata del significato della malattia, che vada oltre la ricerca della sua causa per eliminarla, ma miri a coglierne il senso profondo come possibile stimolo per affrontare e risolvere i nodi critici della nostra vita.

Perché ci ammaliamo? E perché il problema si manifesta in un determinato punto del corpo?

Che senso ha la malattia in relazione al corso più generale della nostra vita e delle esperienze che abbiamo vissuto e stiamo vivendo?

La malattia è un male da scacciare o un suggerimento per elaborare, attraverso il corpo, qualcosa che non riusciamo a dirci sul piano mentale?

Qual’è il significato simbolico dei diversi organi del corpo, e come il loro ammalarsi ci può aiutare ad affrontare le sfide a cui la vita ci sottopone?

Questi sono alcuni dei quesiti a cui, con il suo lavoro clinico e di ricerca, ha cercato di dare risposta l’omeopata e psicoterapeuta francese Philippe Dransart.

Philippe Dransart, La malattia cerca di guarirmi, Edizioni Amrita: Torino, 2007:

 

Attraverso la malattia parliamo a noi stessi, e prendiamo il corpo a testimone: il dolore, la lesione, sono il riflesso preciso delle emozioni che proviamo. I sentimenti si trasformano in sensazioni, e questo ci irrita, ci rode, diventa un dolore sordo; ma che cosa ci irrita, ci rode, e … a che cosa quel dolore è sordo?

Che succede quando andiamo dal medico perché abbiamo mal di testa?

Il medico ci ascolta, e annota: “cefalea”; su nostra richiesta, etichetta ciò che proviamo; che questa cosa abbia un nome ci rassicura, diventa qualcosa di identificato, riconosciuto, repertoriato ed eventualmente misurabile. Ma cosi facendo, quello che cercavamo di dirci attraverso questa malattia ha buone probabilità di finire nel dimenticatoio…

La diagnosi è un passo necessario, ma è un’arma a doppio taglio: se diamo un nome alla malattia, appioppandole un’etichetta, corriamo il rischio di proteggerci ancora di più dall’interrogativo che la malattia ci presenta. Confidare la malattia al nostro medico è legittimo, perché ha il ruolo di aiutarci e di curarci; ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico, che ne sarà dell’interrogativo che, attraverso di essa, rivolgiamo a noi stessi? […] Nel sostituire le parole ai malanni, perdiamo il senso di quanto cerchiamo di comunicare a noi stessi. Giacché ci parliamo usando il nostro corpo come metafora ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile: soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave… E comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore, è un primo passo verso la guarigione. […]

Le impressioni fisiche che proviamo sono una maniera di descrivere ciò che sentiamo. I termini che usiamo non sono mai insignificanti, ma spesso descrivono con grande precisione l’emozione che si esterna attraverso i nostri disturbi.

Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è causale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione […] Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio. […]

La testa, il capo, è quella che dirige […] ha bisogno di lucidità e freddezza (“avere la testa lucida”), ma qualche volta l’emozione risale e travalica la ragione (“ci dà alla testa”).

Le idee scendono attraverso la nuca, incontrando l’energia del respiro e del cuore per diventare desideri che si esprimono vuoi con la parola, attraverso la laringe, vuoi con l’azione, che si proietterà nel mondo esterno per mezzo delle spalle, nelle quali trovare aiuto (“sentirsi spalleggiata”) o un blocco (“avere le spalle al muro”).

Gli arti superiori parlano dell’azione e della capacità d’azione (“avere le mani lunghe”, “mi sono cascate le braccia”) oppure dell’ambizione (“sgomitare”), della pigrizia (il famoso “olio di gomito” che viene a mancare) […]

Il polso è quello che conferisce contemporaneamente morbidezza e fermezza nella giusta dose (“avere polso”), su cui si fonda l’abilità della mano (“avere la mano”), ma anche la capacità di scambio e di comando (“avere un pugno di ferro”), e la destrezza delle dita, le quali ci parlano anche di conoscenza (“puntare il dito su qualcosa”).

La colonna vertebrale è quella che ci permette di stare in piedi di fronte alla vita (altrimenti si è “smidollati”, o “senza spina dorsale”), di caricarci tutto sulle spalle (“avere tutto sul groppone”) e , talvolta, d’essere colpiti alla schiena (“l’hanno pugnalato alle spalle”).

Gli arti inferiori ci permettono di avanzare, ma anche di andare verso gli altri, ossia di entrare in relazione sul piano personale o sociale […]

L’anca è il punto su cui ci reggiamo, e talvolta l’appoggio viene meno, un po’ come per le spalle; ma l’anca è più sensibile al tradimento. Il ginocchio ci ricorda che per andare avanti bisogna piegarsi, qualche volta persino inginocchiarsi, vincendo l’orgoglio… La caviglia è quella che imprime la direzione di marcai, ma è anche un punto debole nella nostra relazione con il mondo (il tendine d’Achille, da cui il famoso tallone d’Achille). Il piede esprime la nostra base tramite il tallone (“avere i piedi ben piantati per terra”), e tramite le dita avanza nel mondo relazionale con maggiore o minore convinzione (“tastare il terreno”, “farsi pestare i piedi”).

Il cuore è quanto ci anima, e nel sistema circolatorio (cuore e vasi sanguigni) noi siamo interi, anima e corpo, nelle cose che intraprendiamo, nelle reazioni, ci identifichiamo con le arterie in mancanza di “ritorno” venoso (“metterci tutto il cuore”, “farsi montare il sangue alla testa”).

Il respiro è vita, è gioia di vivere e di respirare, ma è anche ritmo, è sapersi riposare (“saper tirare il fiato”, ed è anche lo spazio che certe volte ci manca (“mi togli il fiato”); è quello scambio attraverso il quale respiriamo l’aria del nemico, dal quale dobbiamo proteggerci.

Attraverso ciò che mangiamo e beviamo assimiliamo sia il lato materiale che quello emozionale delle nostre esperienze di vita, addentiamo la vita con gusto, oppure ci resta sullo stomaco, a meno che la cistifellea non venga a dirci, con un misto di ansia e collera che quell’esperienza è un po’ troppo “pesante” da digerire (“mi viene un travaso di bile”).

L’intestino tenue discerne e smista, il fegato vuole far “sue” tutte queste cose, possederle, in un desiderio talvolta bulimico e pericoloso di esperienze esistenziali che sarebbe più saggio evitare.

Il colon elimina, e lo fa al prezzo di un’alchimia laborioso che gli permette di rinunciare a certe cose del passato, di non trattenerle, e andare avanti, voltare pagina, invece di continuare a dire che la tal cosa “fa cag…”.

Il pancreas ci parla della dolcezza della vita, una nozione che ci aiuta a “digerire” cose meno dolci; ma è anche l’organo preposto a gestire l’energia delle nostre imprese.

La milza è un cimitero, il luogo di tutte le nostalgie (in inglese spleen, ossia “milza” e “nostalgia”), delle cose incompiute; ma ci rimanda anche al senso della misura (“correre fino a farsi scoppiare la milza”), al fare ritorno alla terra, e a ciò che vi è sepolto.

I reni bilanciano, soppesano il pro e il contro e decidono, ma ci aiutano anche ad affrontare la vita, dando dei “colpi di reni”, a livello delle vertebre lombari, e a vincere le nostre paure (“a non farsela sotto”) grazie alle surrenali.

Poi, quest’emozione ormai consunta viene evacuata dalla vescica, per mezzo della quale l’animale, in noi, vuole definire il proprio territorio […] e delle persone che non hanno più il senso del proprio limite si dice, appunto, che “pisciano fuori dal vaso”.

La tiroide è tra l’alto e il basso, tra il dentro e il fuori, e lo iodio della tiroide ha un colore violetto, che unisce l’azzurro del cielo e del pensiero sereno al rosso dell’emozione e del sangue grazie al quale ci caliamo nella materia; è nella tiroide che si equilibrano l’azione volta all’esterno e il ritirarsi verso l’interno […] in greco tiroide vuol dire “simile a porta”.

Le ghiandole surrenali, situate sopra i reni, possono all’istante mobilitare tutta l’energia per far fronte al pericolo e alla paura.

Naturalmente, l’apparato genitale evoca la sessualità, la relazione intima con l’altro, ma anche il rapporto con i nostri figli, la nostra capacità di essere padre o madre, d’essere un uomo potente (prostata) o una donna realizzata.

La pelle è il luogo della presa di coscienza, essa avvolge ciò che definisce il limite fra l’io e il non-io, è il luogo del contatto con l’altro. Ci parla di protezione (“salvarsi la pelle”), dei nostri punti deboli o forti (“ci ho fatto il callo”), e anche di dolore relazionale (“a fior di pelle”, “avere la pelle sottile”). Ma è anche qualcosa che ci mette in mostra, è quello che avremmo voluto nascondere e che, non senza vergogna, viene esposto (l’acne, per esempio). Il nostro guscio, la nostra immagine, il luogo dei nostri conflitti narcisistici, che è anche accarezzato, toccato… E, in un certo senso, la pelle di parla di amore.

 

L’intervento di tipo psicologico sulla malattia si può quindi sviluppare quindi secondo due step:

Una prima fase preliminare dell’intervento deve mirare allo sviluppo della consapevolezza del significato simbolico della malattia, in relazione alla funzione della parte del corpo colpita, attraverso attività rivolte sia ai singoli, che al contesto sociale più ampio, entro cui si sviluppano “culture” della malattia e della salute, più o meno competenti nell’integrare le dimensioni corporee, mentali e sociali, e che tengano conto anche delle dimensioni del potere e della diffusione mediatica legate anche ad interessi di tipo economico; basti pensare al potere dell’industria farmaceutica[1].

 Una seconda fase di consulenza psicologica individuale mirerà ad identificazione e valorizzare le risorse e competenze individuali e relazionali della persona “malata”, per integrare questa nuova consapevolezza di sé e della propria integrazione mentale, corporea e sociale, entro un processo-percorso di sviluppo di nuove strategie di interazione con la propria esperienza di vita ed i contesti socio-relazionali in cui si è inscritti, secondo una prospettiva di intervento psicologico tesa a integrare l’approccio dell’analisi della domanda[2] – volto non a correggere deficit, ma a promuovere sviluppo delle competenze socio relazionali in funzione del potenziamento delle proprie capacità di identificare e perseguire nuovi obiettivi di vita – con elementi di intervento di approcci di tipo psico-corporeo, quali i modelli della bioenergetica di Lowen[3] e psicofisiologico integrato di Ruggieri[4].  

 

Note

[1] Sul tema “Big Pharma” si veda: il libro di Jacky Law Big Pharma. Come l’industria farmaceutica controlla la nostra salute, edito da Einaudi nel 2006, l’intervista all’autrice del 2014; il libro di Andrea Bertaglio Medicina ribelle. Prima la salute, poi il profitto, del 2015; il documentario di Michael Moore Sicko del 2007 ed il film di Antonio Morabito “il venditore di medicine”, del 2014.

[2] Si veda al riguardo: Carli R. (1995). Il rapporto Individuo/Contesto. Psicologia Clinica, 1 (1), 5-20; Carli, R., Paniccia, R. M. (2003). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: Il Mulino; Paniccia R. M., Giovagnoli F., Giuliano S. (2008). Per una psicologia clinica dello sviluppo. La competenza a costruire contesti come prodotto dell’intervento, Rivista di Psicologia clinica, n. 1 e l’intervento di Renzo Carli per il ventennale dell’ordine degli psicologi del Lazio.

[3] Si vedano i testi di Alexander Lowen “Il linguaggio del corpo” (1978) e “Bioenergetica” (1983), editi da Feltrinelli, Milano

[4] Si vedano i testi di Ruggieri “Semeiotica di processi psicofisiologici” (1987) e psicosomatici e “Mente corpo malattia” (1988), editi da Il pensiero scientifico editore, Roma;. L’esperienza estetica. Fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica (1997), edito da Armando Editore, Roma.

 

 

 

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