ÈLITE LOCALI E SVILUPPO DEI TERRITORI

1.1 Perché studiare le élite?

Come evidenziato da Silvano Belligni nei suoi studi sulle élite in Italia (belligni 2005), il riconoscimento della centralità della categoria dell’élite nell’analisi dei processi di policy making a livello locale si basa su tre assunti principali cosi riassumibili:

  1. la strutturazione del potere locale
  2. la rilevanza dell’azione di governo delle élite locali
  3. la non coincidenza del potere effettivo con le istituzioni pubbliche

Il primo assunto fa riferimento all’evidenza, emersa dalla ricerca empirica comparativa su questo tema, dell’esistenza di reti stabili di potere locale, che evolvono secondo regolarità intrinseca, entro le quali sono solitamente presenti delle figure centrali che accentrano il maggior numero di legami e svolgono un ruolo centrale nella guida della comunità urbana[1].

Il secondo assunto fa riferimento alla capacità delle élite locali di esercitare un’influenza diretta sul governo della città, attraverso la definizione dei temi oggetto di decisioni pubbliche ed il controllo dei risultati delle politiche locali.

Il terzo assunto fa riferimento alla constatazione dell’esistenza di uno scarto tra cariche pubbliche formali e gli effettivi decisori, che risultano invece composti da un mix di attori pubblici e privati di diversa natura (Belligni 2005).

1.2 Livelli di stratificazione dell’élite

Come evidenziato da Belligni (2005) nell’ambito di un’analisi comparativa dei processi di governance locale nelle città di Torino, Milano, Firenze e Napoli, il concetto di élitè, nelle sue varie accezioni di classe dirigente, classe politica, coalizione dominante, regime, costituisce un oggetto di non semplice utilizzo per la sua scarsa solidità operativa e richiede quindi una particolare attenzione alla definizione dei suoi confini e della sua articolazione. A questo proposito, Belligni propone una distinzione tra élite urbana e coalizione civica di governo, focalizzando l’attenzione su quest’ultima e sul suo cerchio interno.

Secondo questa distinzione l’élite urbana (generalmente indicata come classe dirigente) è costituita dall’insieme dalle persone più importanti e rappresentative di una comunità urbana dal punto di vista intellettuale, professionale e morale. Questi attori contribuiscono a determinare gli orientamenti generali della comunità urbana in termini di credenze, valori, aspirazioni e stili di vita.

Ma non tutti gli attori di questo gruppo intervengono direttamente sul piano politico, per cui diventa necessario focalizzare l’attenzione su un suo sottoinsieme, la coalizione civica di governo, composto invece da soggetti attivi nell’influenzare le decisioni politiche, pur se non necessariamente legati dalla condivisione di un progetto comune o un appartenenza politicamente omogenea.

Questo gruppo è composto dai funzionari politici e amministrativi (i soggetti che possono formalmente prendere le decisioni politiche e tradurle operativamente), dai rappresentanti del settore privato (imprese, organizzazioni, associazioni, no-profit), dalle figure autorevoli che non detengono ruoli espliciti di direzione, e dagli insider dotati di potere informale nella società, nell’economia e nella cultura e rappresenta il nucleo più influente che dirige le sorti della città.

Questo sottogruppo a sua volta si può presentare come un gruppo stratificato, secondo diversi gradi di differenziazione interna. Al suo interno si possono trovare diversi tipi di decisori: attori che influiscono sulle decisioni strategiche riguardanti tutta la collettività definendone l’agenda (i cosiddetti leader di sistema) ed altri che operano su un piano più limitato, intervenendo su un’agenda già definita da altri (i cosiddetti leader d’area).

L’ulteriore sottoinsieme della coalizione civica di governo, composto dai leader di sistema costituisce il cerchio interno. Questo sottogruppo può rappresentare un semplice insieme di attori influenti o un gruppo latente tenuto insieme da legami deboli e interagente secondo logiche pluralistiche di competizione interna.

Infine all’interno di quest’ultimo può eventualmente essere presente un ulteriore livello di potere, una sorta di élite dell’élite costituito da un sottogruppo molto ristretto di persone unito da legami forti, che agisce consapevolmente ed in maniera unitaria per concentrare le posizioni e controllare sia la definizione dell’agenda che l’esito delle decisioni strategiche (Belligni 2005).

In tabella 1 sono indicate le caratteristiche principali di ciascuno di questi livelli dell’élite locale.

Tabella 1 – La struttura dell’élite

struttura elite

(rielaborazione da Belligni 2005)

1.3 L’analisi dell’élite

Ma come studiare le élite?

Per l’individuazione di questi quattro livelli si può fare ricorso ad una metodologia mista basata sull’integrazione dei tre approcci posizionale, reputazionale e decisionale allo studio delle élite (tabella 2), in modo da tenere conto delle diverse dimensioni del potere da esse rilevate e compensare i limiti in essi presenti, coerentemente con quanto evidenziato dalla letteratura su questo tema. In particolare, a tale riguardo, si fa riferimento ad alcuni studi condotti recentemente sulle città di Torino, Firenze, Milano, Napoli e Legnano (Scamuzzi 2005; Belligni 2005; Belligni, Ravazzi, Salerno, 2008 e 2009; Tosi, Vitale 2011).

Il metodo posizionale si basa sul presupposto che il potere sia legato alle posizioni di comando ricoperte, e si traduce nella ricostruzione della mappa delle principali cariche pubbliche e posizioni di vertice. Un suo limite può essere quello di tendere a sovrastimare la posizione.

Il metodo reputazionale si basa sull’idea che il potere derivi dalla reputazione e procede attraverso la valutazione della reputazione degli attori locali mediante analisi della stampa ed interviste ad osservatori privilegiati. Questo metodo però tende a sovrastimare le testimonianze.

Il metodo decisionale si basa sull’idea che il potere consista nella capacità di influenzare le decisioni e mira quindi ad individuare le figure più influenti rispetto a specifiche politiche pubbliche, mediante analisi della stampa e interviste a testimoni privilegiati. Questo metodo tende però a sovrastimare il potere di influenza dei singoli attori.

Allo scopo di analizzare la struttura morfologica del gruppo di potere locale centrale (la coalizione civica di governo) e di definire la composizione del cerchio interno può essere utilizzato il metodo dell’analisi delle reti, secondo le teorie della Social Network Analysis (Piselli 1995, Salvini 2007).

Tab. 2 – I tre approcci allo studio dell’élite

studio elite

(rielaborazione da Cirulli 2011)

 

BIBLIOGRAFIA

  • Belligni, S. (2005). Il capitale sociale nel governo locale. Working Paper n. 6, Dipartimento di Studi Politici, Università di Torino
  • Belligni, S., Ravazzi, S., Salerno, R. (2008) L’élite che governa Torino. Teoria politica, 1, 85-105.
  • Belligni, S., Ravazzi, S., Salerno, R. (2009) Regime urbano e coalizione di governo a Torino. Polis, 1, 5-30
  • Cirulli, A. (2011). L’élite: posizione e reputazione, in Tosi, S., Vitale, T. (a cura di). Piccolo nord. Scelte pubbliche e interessi privati nell’alto milanese. Milano: Bruno Mondadori
  • Piselli F., (1995), Reti, l’analisi di network nelle scienze sociali. Milano: Donzelli
  • Rhodes R.A.W. (1997), Understanding Governarce, Buckingham-Philadelphia, Open University Press
  • Salvini, A. (2007), Analisi delle reti sociali. Teorie, metodi, applicazioni, Milano: Franco Angeli
  • Scamuzzi, S. (2005), Elite e reti in una città in trasformazione. Il caso di Torino. Milano: Franco Angeli
  • Tosi, S., Vitale, T. (a cura di). Piccolo nord. Scelte pubbliche e interessi privati nell’alto milanese. Milano: Bruno Mondatori

Note

[1] In contrasto con una diversa lettura dei processi di governance locale che nega l’esistenza di strutture stabili di potere, assegnando il ruolo di guida nel governo della città alle reti di politiche (policy networks), quali insiemi di attori individuali e collettivi che prendono forma intorno a specifiche questioni pubbliche, in maniera non continuativa e stabile (Rhodes 1997).

 

 

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