Il potere da una prospettiva psicosociale

In questo articolo viene presentata un’analisi del concetto di potere da un punto di vista psicosociale, inteso cioè come un fenomeno relazionale prodotto dialogicamente all’interno delle interazioni sociali, attraverso la simbolizzazione affettiva di contesti condivisi dagli attori sociali, secondo la teoria della Collusione di Carli (Carli, 1987, 1990, 1995, 2001, 2006, 2020a; Carli & Giovagnoli, 2011, 2020; Carli & Paniccia, 2002, 2003, 2012, 2014; Carli et al., 2016). In questa prospettiva, il potere è contestualizzato dalle relazioni all’interno delle quali emerge e dalle emozioni che organizzano tali relazioni. Due emozioni cruciali che organizzano le relazioni umane sono la condivisione e la pretesa. La condivisione fonda relazioni produttive attraverso la generazione di elementi terzi, o prodotti, che modificano strutturalmente i contesti relazionali. La pretesa, invece, produce relazioni di potere in cui si cerca di possedere l’altro attraverso il controllo e l’influenza esercitati su di lui (Carli, 2021).

Diversi autori, provenienti da approcci disciplinari differenti, hanno concentrato la loro attenzione sulla natura relazionale del potere (Dahl, 1957; Arendt, 1958; Foucault, 1977, 1994; Sorrentino, 2008; Barus-Michel et al., 2005; Lukes, 2021; Guerrero et al., 2011; Panebianco, 2004; Zolo, 1992; Blau, 1964). Foucault (Sorrentino, 2008) ha concepito il potere come qualcosa che produce effetti all’interno delle relazioni e non come un oggetto che qualcuno può possedere e altri no. È sempre il prodotto di un’interazione, di uno scambio e questo rende possibile emanciparsi da esso e difendersi dalle sue prevaricazioni (Foucault, 1977). A questo proposito, Arendt (1958) sosteneva che il potere è sempre una potenzialità, un potere potenziale, e non un’entità immutabile. Foucault concepiva il potere anche come discorso (Foucault, 1969, 1971), ossia come un processo di costruzione del sapere che produce “regimi di verità”, cioè sistemi di conoscenza della realtà sociale, che definiscono come deve essere concepita una determinata realtà sociale e le relazioni sociali al suo interno (Foucault, 1994). Il discorso può essere considerato il principale strumento di potere. Produce, mantiene e cambia le relazioni di potere nella società moderna (Fairclough, 2014). È il mezzo con cui il potere si legittima e si impone, plasmando l’immaginario e le aspettative che lo sostengono (Barus-Michel et al., 2005). Il potere è inscritto nella natura psichica umana, a causa della dipendenza dei bambini dalle figure genitoriali: il potere fantasmatico della madre e l’autorità del padre; il primo rappresenta la protezione e la sicurezza e il secondo la legge (Barus-Michel et al., 2005). Ma il potere è anche strettamente legato alla natura sociale degli esseri umani, che producono potere attraverso discorsi e azioni quando si riuniscono in forma di società (Arendt, 1958). McClelland (1958, 1987) considerava il potere come uno dei tre principali motori motivazionali delle relazioni umane, caratterizzato dal desiderio di controllare e influenzare gli altri per raggiungere i propri obiettivi, cercando di ottenere da loro consenso e conformità.

In senso più generale, il concetto di potere indica la capacità di produrre effetti sia a livello naturale che sociale e, più specificamente a livello sociale, può essere concepito come la capacità di influenzare il comportamento degli altri (Portinaro, 2021; Parsons, 1963; Platone, 1997a; Panebianco, 2004; Zolo, 1992; Bachrach & Baratz, 1970; French & Raven, 1959). Approfondendo l’analisi di questa definizione generale, emergono diverse dinamiche relazionali che favoriscono il potere (Lukes, 1996):

– la forza e la violenza (Arendt, 1970; Canetti, 1981; Foucault, 1978; Adorno & Horkheimer, 2002; Neumann, 1957; Cotta, 1978; Lasswell & Kaplan, 1950),

– la coercizione (Stoppino, 1995; Luhmann, 1979; Portinaro, 2021; Weber, 1968; Neumann, 1957; Arendt, 1970; Canetti, 1981; Adorno & Horkheimer, 2002; Bourricaud, 1961; Chazel, 1992; Hobbes, 1994; Wrong, 1979; Simmel, 1989; Wartenberg, 1990; Nozick, 1972),

– l’influenza (Lukes, 1996; Lasswell & Kaplan, 1950; Luhmann, 1979),

– la manipolazione (Elster, 1983; Lukes, 1996; Plott & Levine, 1978),

– la persuasione (Portinaro, 2021; Neumann, 1957; Hirschman, 1991; Galbraith, 1983),

– l’autorità (Friedrich, 1958; Hobbes, 1994; de Jouvenel, 1997; Wolff, 1970),

– l’autoritarismo (ed il totalitarismo) (Arendt, 1951; Adorno & Horkheimer, 2002; Neumann, 1957; Beck, 2002; Han, 2019; Canetti, 1981; de Jouvenel, 1997),

– il comando e l’obbedienza (Bodin, 1988; Canetti, 1981; Hobbes, 1994; de Jouvenel, 1997; Platone, 1997a; Luhmann, 1979; Mills, 1956; Weber, 1968, 1994),

– la disuguaglianza (Galbraith, 1983; Lenski, 1966; Weber, 1968),

– il dominio (Arendt, 1951; Canetti, 1981; Hobbes, 1994; Weber, 1968),

– l’oppressione (Levine, 2006; Marx, 1996; MacPherson, 1983; Weber, 1968; Young, 1990).

Il concetto di potere può essere considerato anche secondo la tripartizione: potere su, potere di e potere con (Portinaro, 2021; Pansardi, 2018; Pansardi & Bindi, 2021), ovvero il potere come capacità produttiva e creativa individuale e collettiva o il potere come dominio, dove chi non ha la capacità di fare, fa attraverso gli altri. Nel secondo caso, il potere perde la sua componente produttiva e si trasforma in una specifica modalità di relazione sociale caratterizzata dal possesso dell’altro, che viene trasformato in un oggetto strumentale per realizzare il proprio desiderio (Carli, 2001, 2020b; Carli & Paniccia, 2002, 2003). In questo caso le relazioni diventano asimmetriche e organizzate intorno alle dimensioni comando-obbedienza e controllo-disciplina, secondo uno schema dominante-dominato (Portinaro, 2021; Weber, 1968; Mills, 1956; Ferrero, 1942; Ortega y Gasset, 1974; Sharp, 2010). Inoltre, il potere su è ambivalente, poiché può fornire protezione, sicurezza, ordine e giustizia, ma anche attaccare e distruggere la convivenza sociale (de Jouvenel, 1947). Lo schema relazionale dominante-dominato era già stato illustrato da Tucidide (1963), Platone (1997b) e Hobbes (1994), che avevano anche anticipato la distinzione tra potere su e potere di e l’attenzione alla natura discorsiva del potere. In una prospettiva relazionale, il concetto di potere richiama anche quello di legge come regolatore delle relazioni sociali, al fine di proteggersi dai suoi possibili abusi (Diderot, 1984; Rousseau, 1975; Kant, 1996). Weber (Weber, 1968; Beetham, 2013) ha sottolineato l’importanza della legittimità del potere come mezzo attraverso il quale i dominati accettano la loro condizione, sulla base della convinzione di tre fonti di legittimazione: tradizione, carisma e razionalità-legge (Weber, 1994). Inoltre, in riferimento al modello della collusione, un’altra dimensione emotiva appare cruciale in relazione alle dinamiche del potere, quella del controllo (Carli, 2020c, 2021; Carli & Paniccia, 2002, 2003), una funzione che può essere esercitata solo su individui o gruppi di individui e non sulle relazioni, e che entra in gioco, quindi, quando la relazione fondata sulla condivisione viene meno e gli individui appaiono, come atomi isolati al di fuori dei contesti e della condivisione produttiva della relazione basata sullo scambio con l’altro (Carli, 2021). Il controllo può degenerare in oppressione dell’altro, fino alle sue forme più estreme, come, ad esempio, l’esperienza dei campi di sterminio nazisti (Portinaro, 2021).

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